I mestieri tradizionali del territorio dell’Alta Murgia, e in particolare quelli di Altamura e Santeramo in Colle, raccontano la storia e le radici di un territorio, fatto di ebanisti, tessitori, ceramisti, orologiai, orafi, fabbri, pastori, contadini i cui prodotti sono un connubio tra artigianato e opere d’arte, frutto di procedimenti tramandati nel tempo e uniche nel loro genere. Oggi, scevri da qualsiasi sentimentalismo, rappresentano una parte fondamentale del tesoro immateriale del territorio del Gal Terre di Murgia.

U CONZALAMBERƏ – IL LAMPIONAIO
II lampionaio, u conzalamberə, era un artigiano la cui attività è oramai scomparsa. Egli era un impiegato comunale addetto ad alimentare i lampioni a petrolio posti agli angoli delle strade per attenuare un po’ il buio nel centro cittadino. Costui girava per le strade tenendo in mano una scaletta e un bidoncino pieno di petrolio; si fermava sotto il lampione, si arrampicava sulla scaletta e riempiva di petrolio un piccolo serbatoio; poi con un fiammifero accendeva lo stoppino.

L’AMMULAFUERCA – ARROTINO
Il mestiere dell’arrotino, l’ammulafuercə, è quasi completamente scomparso; fino a qualche anno fa si poteva vedeva ancora questo ambulante girare per il paese con il suo attrezzo e offrire il suo servizio. Strumento principale della sua attività era il banco con la mola rotativa, con cui arrotava ed affilava stoviglie domestiche e anche strumenti agricoli.
Era principalmente un ambulante e girava per le vie della città spingendo un banchetto di legno poggiato su due ruote. Il complesso di molatura era formato da un pedale che mediante una puleggia metteva in azione una ruota, la quale con una cinghia di trasmissione metteva in rotazione la mola.
I suoi clienti abituali erano i macellai, le massaie, che aspettavano il suo passaggio per affilare coltelli e forbici usate in casa, o attrezzi per i loro familiari in campagna.

U CUANAPERƏ – IL FUNAIO
Il mestiere del funaio, u cuanaperə, è andato scomparendo in seguito all’invenzione delle fibre sintetiche e delle macchine che producono le funi in automatico. Ma fino agli anni ʼ50-ʼ60 le funi fatte con le fibre di canapa erano molto utili perché largamente usate in diverse attività: il contadino le usava per assicurare il carico sul carro, per allungare le briglie, per legare la legna in fasci; il pastore le usava per tirare il secchio dell’acqua dal pozzo, per legare gli animali; i muratori le usavano per sollevare tufi e calce; le donne le usavano per stendere i panni lungo le strade ed i campanari per suonare le campane, e così via.
I funai avevano un unico attrezzo da lavoro, consistente in una grande ruota, di almeno un metro di diametro, con al centro una manovella da azionare a mano.
Tutto il lavoro di girare continuamente la manovella era affidato ai figli oppure alla moglie. Avveniva tutto all’aperto e in tutte le stagioni dell’anno.

U FURNERƏ – IL FORNAIO
Il mestiere del fornaio, u furnerə, non è completamente scomparso, diverso invece è in alcuni casi, il modo di cuocere il pane: dal forno a legna si è passati al forno a vapore.
I forni, di una volta erano tutti a legna ed erano ubicati nei vari quartieri a piano terra o in seminterrato. Nel locale, vicino alla bocca del forno, vi erano le pale, i marchi di ferro o di legno con le iniziali delle famiglie, le assi di legno sulle quali venivano poggiate le pagnotte prima e dopo la cottura.
Il pane era preparato in casa dalle donne che imbastavano, trumbuajn, la farina in modo lento ma costante, sino a quando il tutto si amalgamava in una grande massa morbida ed elastica. Dopo la lavorazione la massa di pasta veniva racchiusa in un panno bianco, avvolta in una coperta di lana affinché lievitasse e deposta, il più delle volte, sul letto di casa.
All’alba il fornaio iniziava il giro del suo quartiere domando alle donne se volessero infornare.
Il fornaio non infornava solo pane, ma anche vari tipi di dolci che le donne impastavano in casa. I più comuni erano i taralli, i biscotti, ed altri tipici dolci che si preparavano di solito a Pasqua o a Natale. A volte la massaia chiedeva di infornare anche focacce, teglie di carne come la pechərə alla rəzzaulə.

U MESTADASCƏ – IL FALEGNAME
Il mestiere del falegname, u mestədascə, può essere considerato tra i più vecchi al mondo. Il falegname provvedeva a fare mobili per la casa, porte e finestre, ma anche oggetti per la campagna. Per alcuni versi il falegname può essere considerato un vero e proprio artista, basti pensare ai mascheroni, i facciòmənə, di cui è ricco il centro storico.

U FURRERƏ – IL FABBRO
Il fabbro, u furrerə, per la varietà di oggetti che realizzava, può essere considerato un vero e proprio artista. Era esperto nel costruire serrature per porte, fermaporte, cerniere per porte, piccoli oggetti per la cucina. Era esperto anche nel realizzare i tanti oggetti usati dai contadini in campagna: la zappa, il piccone, vari tipi di aratro e varie parti del carro agricolo.
Il fabbro era anche maniscalco: egli infatti ferrava gli zoccoli dei quadrupedi. Questa era un’operazione tipica e caratteristica di quando l’unico mezzo di locomozione per la campagna era il carro: la sera o al mattino presto si vedevano file di carri davanti alla bottega, in attesa che il maniscalco ferrasse il proprio mulo o cavallo.
Il fabbro era anche un artista del ferro perché faceva ringhiere e balconate in ferro battuto; infatti il centro storico è pieno di balconate che dimostrano quanta maestria e quanta passione artistica il fabbro poneva nel suo lavoro.

U ZAPPATAURƏ – IL CONTADINO
L’asse portante dell’economia murgiana è stata l’agricoltura, oltre la pastorizia. Difatti molti si dedicavano al lavoro della terra, svolto con le mani e, alle volte, con l’aiuto dell’animale, il mulo. Il contadino, u zappatàurə, non è scomparso come mestiere; ora esiste il lavoratore della terra, il quale, per via della meccanizzazione, opera con più rapidità e con meno sforzo rispetto a ciò che si faceva una volta.
Il lavoro del contadino, invece, era molto faticoso, infatti tra le attività principali svolte vi erano: l’aratura, la mietitura e la trebbiatura per mezzo del proprio mulo.
Un’altra attività nella quale il contadino si adoperava, era la vendemmia. Essa era la più leggera e, alle volte, la più festosa delle attività perché vedeva la partecipazione di tutta la famiglia che allegramente provvedeva a tagliare i grappoli maturi e a metterli in recipienti di legno e macinare l’uva schiacciandola con i piedi in grossi contenitori.

U CAPALLERƏ – IL COMPRATORE DI CAPELLI
Un altro mestiere, ormai completamente scomparso, è il compratore di capelli, u capəllerə.
Era un ambulante che circolava per le vie e i vicoli della città, attirando l’attenzione delle donne le quali gli affidavano, messi in un sacchettino, i capelli, che erano caduti dopo essersi pettinate e averli raccolti con cura. Il capellaio li esaminava e li prendeva dopo essersiassicurato che non contenessero pidocchi o loro uova, dando in cambio oggetti che portava nel suo carretto: piccoli oggetti di plastica, tinozze, vaschette, secchi, pettini, forbici, aghi, gancetti di metallo etc. Il valore dei capelli naturalmente aumentava notevolmente quando le donne consegnavano capelli lunghi o trecce intere. I capelli venivano poi venduti a Bari a commercianti che, dopo averli puliti e selezionati, a loro volta li vendevano a ditte che producevano parrucche per uomini e

U CITENOVƏ – IL COMPRATORE DI UOVA
Nel passato la gallina era una piccola fonte di reddito. Durante il secolo scorso moltissime erano le famiglie, umili e povere, che accanto alla porta del sottano, u jusə, in una gabbia di legno, o libere nella soffitta, la pagghierə, o sopra il terrazzino, allevavano galline per la produzione delle uova. Questo tipo di allevamento non costava quasi niente poiché le galline si cibavano delle foglie della verdura (broccoli, rape, ecc.), degli avanzi dei pasti e anche del pane ammuffito. La padrona di casa raccoglieva le uova, le conservava e poi le vendeva al commerciante di uova, u citenovə. Questo ambulante cominciava a girare dal mese di febbraio, perché con l’approssimarsi della primavera le galline cominciavano a deporre le uova.
Egli girava per le strade con una bicicletta, trasportando dei cesti fatti di canne, u puanariddə, contenente della paglia sulla quale venivano poste le uova.donne.

U TRAINIRRƏ – IL CARRETTIERE
Prima della seconda guerra mondiale il trasporto delle merci e delle persone avveniva principalmente per mezzo di animali. Il cavallo, il mulo e l’asino erano maggiormente usati come forza motrice per tirare il carro, u trainə, oppure il calesse, la sciarrettə.
Essi sono stati per molti anni i mezzi principali di locomozione per uomini e donne che si recavano al lavoro nei campi. Per questo Altamura, Santeramo e tutte le città dell’Alta Murgia quasi si svuotavano al mattino, mentre a sera si vedevano ai vari ingressi delle città file di carri che facevano rientro.
A fare uso del carro erano, oltre che il proprietario terriero ed il piccolo contadino, anche il carrettiere, u trainirrə, il quale svolgeva per conto terzi il lavoro di trasportatore di derrate alimentari da e verso i paesi limitrofi. Il suo lavoro era molto importante per la collettività, infatti si spostava da un paese all’altro trasportando merci quali grano, avena, legumi, tufi, paglia e ghiaccio.
Oltre al carrettiere c’erano anche altre figure che usavano il carro, il cavallaro, u cavallerə, ed il cocchiere, u cucchjirə. Il cavallaro era dipendente di un mulino che prelevava il grano dai privati, lo faceva macinare e poi lo riconsegnava in forma di farina, semola, farina 00 o integrale, secondo la richiesta del cliente; girava per la città con un carro tirato da un cavallo che aveva sul petto una fascia di cuoio con sonagli pendenti, i campanerrə, che emettevano un suono diverso da mulino a mulino.
Invece il cocchiere era dipendente di una famiglia ricca e nobile e portava a spasso il signore, corrisponde allo chauffeur di qualche tempo fa ed all’autista di oggi. A volte il cocchiere abitava con la sua famiglia in un locale al piano terra del palazzo nobiliare, confinante di solito con la scuderia nella quale erano custoditi e curati i cavalli. Il suo compito era di tenere sempre lucida, pulita e sicura la carrozza e di governare i cavalli.

U CAURNARULƏ – IL CARBONAIO
In passato l’energia per cucinare e riscaldare la casa proveniva dalla legna e dal carbone di origine vegetale. Quelli che non riuscivano a procurarseli direttamente dalla campagna, si rivolgevano a venditori ambulanti, tra i quali era molto caratteristico il carbonaio, u caurnarulə.
Egli girava per le vie del paese spingendo un carretto, contenente sacchi di carbone e carbonella, vendendoli a peso. Nel fare queste operazioni di pesatura e di travaso, sollevava tantissima polvere che gli anneriva la faccia e le mani: i bambini ne avevano paura, tanta da nominarlo “l’uomo nero”, l’ommə gnurə.

U SCUARPERƏ – IL CALZOLAIO
L’attività del calzolaio resiste tuttora, pur diventando sempre più rara per via dei materiali sintetici e in gomma adoperati attualmente nelle scarpe. Negli anni ʼ50 e ʼ60 gli artigiani che si occupavano delle scarpe erano due: il ciabattino, u conzascarpә, ed il calzolaio, u scuarperә.
Il ciabattino era un ambulante che girava per il paese e per i claustri e invitava la gente ad uscire per farsi riparare le scarpe. Questi non risuolava interamente le scarpe, ma effettuava qualche cucitura della tomaia, metteva qualche rosetta, sostituiva parte della suola o sostituiva il tacco.
Invece il calzolaio, aveva una bottega ben attrezzata con un banchetto di forma rotonda, diviso in scomparti nei quali erano raccolti gli attrezzi del mestiere. Era un artigiano imprenditore che, oltre a riparare le scarpe, era in grado di fornire scarpe nuove dopo aver preso le misure del piede. Sulla suola delle scarpe per la campagna, lungo tutta la sagoma, i contadini facevano aggiungere una lunga fila di grossi chiodi, chiamati teste di serpe, che avevano la funzione di mantenere l’aderenza della suola al terreno bagnato e soprattutto di ritardare il consumo.

U UARƏVIRRƏ – IL BARBIERE
Quello del barbiere, u uarəvirrə, è un mestiere ancora esistente, anche se nel frattempo ha cambiato nome, diventando parrucchiere per uomo, adeguandosi alle tecniche attuali e dotandosi di tutta una ricca serie di apparecchiature elettroniche. Un tempo egli lavorava in un piccolo locale, il cui arredamento consisteva in una sedia con cuscino per il cliente durante il trattamento; lo specchio, una mensola di marmo per poggiare gli strumenti da lavoro; un catino, per lavare i capelli; e alcune panchette per far sedere i clienti in attesa.
Pochi ed essenziali erano anche i suoi attrezzi di lavoro: per il taglio dei capelli usava un paio di forbici ed una macchinetta manuale; invece per la barba usava un pennello, un vasetto di sapone, un rasoio a mano libera e dei pezzi di carta di giornale per pulire il rasoio dalla schiuma intrisa di peli della barba.
La sala da barba aveva allora anche una funzione sociale: vi si riunivano gli artigiani, i contadini e le persone più umili, per discutere e commentare le notizie riguardanti gli avvenimenti del paese, come nascite, morti, andamento stagionale della campagna, e maldicenze varie su altre persone; di qui il detto “gli hanno fatto barba e capelli”, ng’awonnə fattə varvə e capiddə, intendendo che non hanno tralasciato alcun pettegolezzo sul conto del malcapitato.

ZAPPATÀURƏ IL CONTADINO

La nostra è stata sempre una civiltà prettamente contadina e l’asse portante dell’economia altamurana è stata l’agricoltura, oltre la pastorizia. Salvo pochi artigiani, la maggior parte degli altamurani si dedicava al lavoro della terra che veniva svolto con le mani e, a volte, con l’aiuto dell’animale, il mulo (nato dall’incrocio tra asino e cavalla),noto per la sua capacità di resistere alla fatica. Il lavoro del contadino, u zappatàurə, era molto duro, tanto duro che era normale prima vedere persone che assumevano una posizione curva quasi ad angolo retto: ciò era dovuto al fatto che la maggior parte del lavoro del contadino era svolto stando piegato, in particolare per zappare. Di ciò ho un ricordo particolare perché mio padre, che era contadino, col passare degli anni aveva assunto questa posizione; addirittura ricordo che era tanto il suo attaccamento alla terra che quando non poteva stare più in piedi si faceva accompagnare dai miei fratelli vicino alla vigna e zappava stando inginocchiato sul terreno.
Ma quali erano i lavori che costavano tanta fatica al contadino? È opportuno esaminare nei dettagli tutti i lavori che erano necessari in campagna e che adesso sono stati completamente meccanizzati.
L’aratura è il primo lavoro necessario per coltivare la terra; questa attività veniva fatta dall’uomo e dall’animale che tirava l’aratro, l’aretə; c’erano diversi tipi di aratro a seconda delle esigenze. Dopo aver dissodato e penetrato la terra con l’aratro per circa 20 cm, il contadino provvedeva a seminare il terreno. La parte più faticosa di questa attività era il dover camminare nel terreno, a volte bagnato, per tutta la giornata con il seminatoio*, u səmənaturə. Questo era un sacco con due punte opposte legate, in cui si mettevano 20-30 chili di seme. Messo a tracolla, il contadino lo manteneva aperto con una mano e attingeva il seme con l’altra mano per spargerlo con un largo gesto del braccio sul terreno arato, diviso precedentemente in specie di andane, i porchə, strisce larghetre passi e delimitate da canne sulle cui estremità erano inserite delle piume di papere bianche, i magnornə che venivano conficcate nel terreno affinché i solchi venissero dritti.
Un altro lavoro duro era la zappatura in profondità, la scatenə, che consisteva nellozappare profondamente il terreno con una zappa del peso di circa 5 chili. Per ‘scatenare’, scatənè, bisognava conficcare la zappa o il piccone, la zappə o u zappàunə, alla profondità di almeno 30 centimetri. Questo lavoro era necessario per piantare la vigna, le patate o altri ortaggi. Un attrezzo che si usava dopo la semina era l’erpice, u scuervə, che serviva a livellare il terreno e ad estirpare un po’ d’erba.
Dopo la semina, durante l’inverno, i campi ‘dormivano’ e il contadino ed il mulo godevano di un po’ di meritato riposo.
Con la primavera i campi si ‘svegliavano’ e cominciava a crescere il grano. Ma insieme al grano cresceva anche l’erbaccia che andava eliminata, per cui bisognava zappettare, zappuluscè, il terreno; questo lavoro bisognava farlo con una zappa più leggera, la zappetta, la zappoddə, e se rimaneva un po’ di erba, questa era tirata a mano, visto che a quei tempi i diserbanti ancora non esistevano.
L’altro lavoro pesante, che andava eseguito stando curvi sul terreno e leggermente piegati sulle gambe, era lamietitura, la mətəturə. La mietitura e la trebbiatura erano un grande avvenimento: il momento più atteso della gente di campagna. Questa attività era molto pesante e lunga, ed iniziava verso la metà di giugno; c’era un detto altamurano che sanciva l’inizio della mietitura, “A Sandə Vitə, o verdə o səcchetə, vu mətitə”cioè “A San Vito, o maturo o non maturo, dovete mietere”. Il mietitore doveva indossare un abbigliamento particolare quando mieteva perchè con la falce, la falcə, poteva procurarsi qualche taglio. La parte del petto e dell’addome era protetta da un grembiule particolarmente resistente, u puttelə, le dita della mano erano protette da pezzi di canna, chiamati cannelli, i cannerrə, l’avambraccio era protetto da una specie di bracciale, u vrazzelə, gli stinchi erano protetti da gambali di cuoio, i jammelə.
Il contadino con la mano destra impugnavəa la falce e con la sinistra, protetta dito per dito dai cannerrə, univa quanto mietuto; quando la mano sinistra si riempiva, faceva il mannello, u scermə, e lo poggiava per terra. Un’altra persona (a volte la moglie o il figlio piccolo del contadino) metteva insieme una decina di mannelli per formare la gregna, la regnə. Le gregne erano ammassate per formare il covone, u strəjelə, che era formato da 30 gregne e rimanevano ad asciugare per alcuni giorni, prima di passare alla trebbiatura, la pəsaturə. Era necessario a questo punto trasportare, carrè, i covoni dal campo alla masseria per la trebbiatura. Questa operazione avveniva con il carro agricolo, u trainə, o il ‘carrettone’, u carrəttounə, molto più capiente e adoperato maggiormente dai padroni delle masserie che avevano più terreni. A volte i covoni erano di nuovo ammassati per formare le biche, i maitə, per poi aspettare la trebbiatrice meccanica.
Il piccolo contadino trebbiava con il proprio mulo: creava una piattaforma di terreno battuto e disponeva i covoni in forma circolare con le spighe rivolte verso il centro. Poi si disponeva al centro e faceva entrare il mulo sulla pəsaturə e, tenendolo legato con una corda, lo faceva girare intorno con trotto leggero accompagnandolo con canti e fischietti allegri per fargli mantenere il ritmo. Il mulo veniva bendato con una pezza, u facciarulə, affinchè, girando, non avesse capogiri. Quando per il calpestio le gregne si erano frantumate, ma non sminuzzate, si agganciava al mulo il rullo trebbiatore, u diaulottə, un rullo di legno provvisto di lame di ferro che tritava ulteriormente la paglia. Ogni tanto le gregne venivano rivoltate per meglio sminuzzarle. Quando le spighe erano sufficientemente frantumate si dava inizio alla separazione del grano, u renə, dalla paglia, la pagghjə e dalla pula, u puləwacchjə; bisognava cioè ventilare, vəndəlè, tramite forche di legno, i forchə, e pale pure di legno, i pelə. . Tutto ciò avveniva se c’era vento; altrimenti bisogna rimandare al giorno dopo. Finito di ventilare bisognava cernere, cernə, il grano con dei setacci adatti, i farnerə, di cui c’erano diversi tipi: l’arelə, che appeso ad un treppiedi serviva per una prima setacciatura, e u farnerə con buchi di diverse dimensioni; u scəgghiarulə, usato per altri tipi di prodotti presentava, al postodella latta bucherellata, una trama di fili di ferro. Un altro tipo di farnerə senza buchi, la tembənə, serviva per raccogliere ilgrano e metterlo nei sacchi, i sacchə;veniva poi trasportato nelle proprie abitazioni dove era messo in grossissimi contenitori di canapa, le balle*, i ballə e veniva usato durante l’anno o venduto quando c’era la necessità. Per la misurazione si usava la basculla, la bascùgljə, che il contadino di solito aveva in casa.
Un altro strumento che veniva usato per setacciare alcuni cereali era lo svecciatore o cernitore, u cərnəturə, macchina agricola (all’inizio manuale, poi elettrica) con un tamburo centrale adibita alla separazione dei semi di grano dai semi di veccia e alla cernita di prodotti vari come orzo, avena, ecc.
Finita la trebbiatura, con l’aiuto di un rastrello di legno senza denti, u rataviddə, e condelle scope fatte da una pianta di rovi, i suləfrizzə, chiamate granate, i ranerə, si raccoglieva il grano e si scopava l’aia fino all’ultimo chicco. Se c’erano delle spighe che erano stare schiacciate, ma non completamente frantumate, queste si mettevano da parte, perché c’era un’altra operazione che il contadino, ma molte volte i bambini o le donne dovevano fare: dovevano andare a spigolare, a spuculè, il terreno per raccogliere eventuali spighe che erano rimaste sotto i covoni o nei campi in mezzo alla stoppia, la rəstoccə. Messe insieme alle spighe conservate, esse venivano stritolate da una pietra con denti incavati per l’uso, la pietra trebbiante, la pəserə (o la petə pu renə), che veniva tirata dal mulo.
Questo tipo di trebbiatura si faceva anche con altri cereali o legumi, come avena, orzo, ceci, lenticchie ecc. e ogni tipo aveva un diverso setaccio.
I grossi proprietari terrieri, invece, tramite il loro massaro, u masserə ( a cui tutto il potere della masseria era demandato) assoldavano gruppi di persone di 5 mietitori (4 mietitori, i mətəturə, ed un legatore, u ləjandə) chiamate paranze*, i paranzə, che a volte venivano dalla ‘marina’, paesi come Toritto, Palo o Bari. I braccianti giornalieri venivano ingaggiati in Piazza Duomo e poiché il clima di Altamura è più freddo della zona marina ed il territorio per la maggior parte è coltivato a grano, il prodotto era pronto per la mietitura quando nel circondario il grano era stato già trebbiato. Pertanto giungevano in città i mietitori dai paesi vicini. Questi stavano in Piazza Duomo in attesa di ingaggi e se dovevano pernottare dormivano per terra sul marciapiede della Cattedrale. In caso di pioggia si riparavano nei vari portoni dei palazzi, che di solito erano sempre aperti. Verso il 1940 fu costruita la Casa del Mietitore in via Matera, dove adesso c’è l’Hotel Svevia e il Banco di Napoli, per cui venivano ospitati lì.. Alla fine della trebbiatura veniva data la carnara*, la carnerə, o il capocanale*, u chepəcanelə; era una grande festa per ringraziare il Signore per il buon raccolto e ringraziare tutti coloro che avevano lavorato. Questa festa si fa tuttora fra i muratori quando fanno il solaio di un palazzo o quando finiscono di costruire il palazzo.
Questo modo di lavorare è proseguito fin quando non è arrivata la ‘macchina’, prima quella per mietere, la mətətriscə, (trainataprima da quattro muli e poi dal trattore), poi quella per trebbiare, la trebbiatrice, la màchənə pə pəsè, azionata daltrattore, e ancora dopo quella per fare due operazioni insieme, mietere e trebbiare, la mietitrebbia, la mətətrebbjə. E’ chiaro che il contadino un po’ alla volta si è visto alleggerire dal suo pesante lavoro fisico (e caricato di preoccupazioni economiche per l’acquisto o il noleggio di queste macchine).
Tuttavia, se prima ci voleva più di un mese perchè il grano arrivasse nelle case del contadino, adesso con la mietitrebbia, la mətətrebbjə, il grano la mattina sta nei campi, la sera sta nei depositi di grano! Nessuno più conserva il grano nelle proprie abitazioni.
Un altro lavoro che costava tanta fatica al contadino era la coltivazione della vite per la produzione del vino. C’è un detto che indica questo lavoro: cə tenə la vignə tenə la tignə, ‘chi ha la vigna ha la tigna’.
Oltre a fare il lavoro della ‘scatena’ per piantare le viti, che andavano piantate ad una certa profondità, c’era il lavoro che bisognava fare quando la vite cresceva a primavera: bisognava cioè zappare, zappè, la vigna per togliere l’erbaccia, togliere i germogli inutili sənəputè, combattere le malattie della vite, la peronospera in particolare, la pərnostrə e irrorare, pumbuè la vite con verderame, u vətrəjelə, mediante l’irroratrice, la pombə, e infine bisognava vendemmiare, vənəmè.Lavendemmia, la vənnegnə, era la più leggera e, a volte, la più allegra perchè vedeva la partecipazione di tutta la famiglia che allegramente provvedeva a tagliare i grappoli maturi e a metterli in particolari tipi di contenitori di legno, le bigonce, i uètənə. Però il nostro contadino doveva preparare tutti gli attrezzi necessari prima del giorno della vendemmia e doveva poi provvedere a macinare l’uva con un attrezzo particolare, la machənettə pə macənè l’uvə,mettere la vinaccia, la lənazzə, nella botte, la uottə, cioè doveva grommarla, ndartarè; poi doveva provvedere a sgrommarla, cioè rimetterla fuori dopo 8-10 giorni, startarè e pressarla, strengə, nel torchio, u cuenzə. Infine doveva mettere il vino nella botte con un contenitore particolare di circa 10 litri, la quarterə, usando un grosso imbuto, la tramoggia, la tramutə.
Da notare che prima dell’introduzione della macchina per macinare l’uva, questa veniva schiacciata con i piedi da operai che la pestavano in grossi tini, i tinə.
Dopo la vendemmia il contadino doveva potare la vigna, cioè eliminare tutti i rami ormai secchi, usando la roncola, la rungeddə o forbici particolari, la fuercə də putə; e poiché prima non si buttava niente, i rami secchi, i sarəmində, erano raccolti e riuniti in fascine, i sarcəniddə, trasportati in paese e deposti nel pagliaio, la pagghierə, per essere usati come legna da ardere in cucina al bisogno.
Il contadino non è scomparso come mestiere; ora esiste il lavoratore della terra, che fa le stesse operazioni in un modo più veloce e con meno sforzo grazie alla meccanizzazione che ha eliminato moltissimi dei pesanti lavori che faceva una volta; ecco perché adesso è difficile vedere per le strade contadini che camminano con le spalle ricurve in avanti ad angolo retto. Oggi dire ‘tu si nu zappatàurə’ è fortemente offensivo per una persona perchè ha anche una connotazione di persona rozza e ignorante.
Come abbiamo visto, fra il lavoratore della terra odierno o coltivatore diretto ed il nostro ‘zappatàurə’ del passato c’è una differenza abissale.

U LATTIRƏ – IL LATTAIO
Il mestiere del lattaio, u lattirə, esiste tuttora ed esercita la sua attività nelle innumerevoli latterie presenti nel territorio murgiano. Un tempo il lattaio era un venditore ambulante che girava per le strade della città nelle prime ore del mattino e nelle ultime ore della giornata, con un gregge di capre. Su richiesta, il lattaio si fermava e mungeva le capre davanti alla cliente.
Con il passare del tempo l’industria del latte si è fortemente sviluppata ed ha fatto scomparire il lattaio che consegnava il latte a domicilio; ora il latte lo si vende insieme a tanti altri prodotti nelle latterie o lo si trova nei supermercati.

LA MAMMERƏ – LA LEVATRICE
Fino agli anni cinquanta quasi tutti i bambini nascevano in casa con l’assistenza della levatrice, la mammerə. Questo era un mestiere molto importante e altamente considerato.
Col passare del tempo, però, questo nobile mestiere è andato scomparendo.
In genere la donna incinta, prenə, si affidava alle cure della levatrice di sua fiducia per tutto il periodo della gravidanza, la quale, al momento del parto, interveniva con tutta la sua esperienza e con pochi “attrezzi del mestiere”: bende, un po’ di ovatta, alcool.
Anche il medico, se interpellato, interveniva con i suoi “attrezzi”, tra i quali il più noto e temuto era il forcipe, u forcəpə, con l’aiuto del quale riusciva ad afferrare il bambino per la testa e ad estrarlo dalla madre.

U WUCCIRRƏ – IL MACELLAIO
L’attività del macellaio, u wuccirrə, non è sparita, anzi, ha visto un notevole incremento nel corso dei decenni. In passato, invece, le macellerie erano pochissime ed erano quasi tutte dislocate nella strada delle macellerie, la stretə di wucciarì, come per esempio ad Altamura dove erano in via Nicola Melodia, nei pressi di Pizza Duomo. L’arredo era molto semplice: un banco in legno con piano in marmo, un ceppo di legno su cui spezzettare la carne, una bilancia a piatti con i vari pesi, dei coltelli e un oggetto per battere la carne e renderla più sottile.
I clienti erano pochissimi sia perché le possibilità economiche non erano molte sia perché era usanza allevare e uccidere alcuni animali in casa: infatti tantissime persone allevavano nel pagliaio, la pagghjerə o nel sottano, u jusə, polli, conigli o maiali che venivano utilizzati e mangiati solo nelle grandi festività.

U CUANDƏNIRRƏ – IL CANTINIERE
Il cantiniere, u cuandənirrə, era il proprietario di una cantina in cui veniva servito del vino in caraffe di terracotta da litro, u ruzzulə, o mezzo litro, u ruzzuliddə. Queste cantine erano anche delle osterie in cui venivano serviti piatti tipici come braciole di cavallo e involtini.

U CONZAMBRELLƏ – IL RIPARATORE DI OMBRELLI
In passato gli ombrelli erano ritenuti un oggetti di valore. Poiché il prezzo degli ombrelli era molto alto per l’epoca, era assolutamente necessario ripararli se si danneggiavano e per questo motivo venivano affidati al riparatore di ombrelli, u conzambrellə, detto anche l’ombrellaio, u mbrəllerə.
Fino a qualche anno era solito girare con una bicicletta con sopra una cassetta piena di attrezzi del suo lavoro e pezzi di ricambio e si fermava agli angoli delle strade e annunciava la sua presenza.

U PASTÀURƏ – IL PASTORE
L’attività principale del pastore, u pastàurə, consisteva nel portare il gregge al pascolo per tutta la giornata. l suo lavoro però non si esauriva quando tornava alla masseria la sera, perché doveva mungere e governare il bestiame. Altra operazione che il pastore faceva una volta l’anno, di solito a maggio-giugno, era la tosatura delle pecore.

U CONZAPIATTƏ – IL RIPARATORE DI PIATTI
Nel passato la famiglia si riuniva per mangiare attorno ad un tavolo, al centro del quale era posto un grande piatto, del diametro di circa 50 o 30 cm, dal quale prendevano il cibo tutti i componenti della famiglia, seguendo in molti casi un rigido cerimoniale: cominciava con la sua forchettata il capofamiglia, seguiva la moglie, poi eventuali altri adulti che vivevano in famiglia (nonni e cognati) ed infine i figli in ordine di età; poi il giro della forchettata ricominciava daccapo.
Il piatto era di terracotta smaltata, dello spessore di un centimetro. Col tempo poteva capitare che il piatto si rompesse in due o tre pezzi e, se non c’era la possibilità di comprarne uno nuovo, si ricorreva al cucitore o riparatore di piatti, u conzapiattə.
Costui andava in giro per il paese con una cassetta degli attrezzi, come il trapano per i piatti azionato a mano. Si fermava agli angoli delle strade e dei claustri ed attirava l’attenzione della gente con delle grida. Quando la casalinga gli presentava un piatto rotto, l’uomo accostava le parti rotte e col trapano faceva dei buchi in corrispondenza dei bordi del piatto, poi vi infilava il filo di ferro e li stringeva sulla parte esterna con l’aiuto delle pinze. Questo artigiano non cuciva solo piatti, ma tutti quegli oggetti usati in casa di terracotta che era possibile riparare: la giara, la brocca per l’acqua, l’anfora e vasi di terracotta o in creta.

U UARMƏNDERƏ – IL SELLAIO
Anche il mestiere del sellaio, u uarmənderə, è ormai scomparso. A lui si rivolgevano coloro che avevano bisogno per farsi fare o riparare i finimenti, per i loro animali da tiro (mulo, asino, cavallo). I finimenti erano delle strisce di cuoio, robuste e imbottite, utilizzate per consentire all’animale di trainare il carro agricolo.
Gli strumenti che il sellaio usava per il suo lavoro erano:il compasso, le forbici, il punteruolo, lo spago, le pinze, le tenaglie, la lima.

U ZƏTƏLLERƏ – LO STACCIAIO
Lo stacciaio o il setacciaio, u zətəllerə, era un artigiano, ormai scomparso, che a piedi o con un carretto girava per il paese vendendo e riparando i vari setacci necessari per l’agricoltura e per le donne di casa. Anche lui si annunciava per le vie del paese con cantilene e grida. Gli attrezzi del mestiere erano racchiusi in una cassetta e consistevano in un filo di seta, un ago, chiodi, martello, forbici, tenaglia.

U STAGNERƏ O U CUALARERƏ – LO STAGNINO
Anche quello dello stagnino e del calderaio, u stagnerə o u cualarerə, sono mestieri ormai quasi completamente scomparsi. Infatti gli oggetti di rame, lavorati a mano e facenti parte dell’arredo della cucina, sono stati col tempo soppiantati.
Produceva innanzitutto caldaie, tegami, imbuti, e tanti altri oggetti che servivano per la cucina; era anche specializzato nella realizzazione di secchi per attingere e trasportare acqua, di bracieri, di boccali per bere, di scaldaletti e di scaldini. Lo stagnino era anche un artigiano ambulante; infatti lo si vedeva in giro per il paese con un carretto contenente un vasto assortimento di pentole che vendeva e una cassetta contenente attrezzi per riparare oggetti all’istante.

L’OMMƏ DI PEZZƏ VÌCCHJƏ – LO STRACCIVENDOLO
Un altro mestiere ormai scomparso è lo straccivendolo, l’ommə di pezzə vìcchjə. Costui era un povero lavoratore ambulante che si guadagnava da vivere comprando, o barattando avanzi di stoffa, specialmente di lana.
Lo straccivendolo girava con un carretto, spinto a mano, sul quale erano adagiati secchi e bagnarole di zinco, piatti smaltati. Sotto il carretto c’era un telo sul quale venivano ammassate le pezze vecchie. Si fermava agli angoli delle strade e attirava l’attenzione con delle grida. Molte donne, che avevano conservato in un sacchetto le robe vecchie, uscivano di casa e consegnavano il sacchetto allo straccivendolo, il quale esaminava il contenuto ed offriva in cambio qualche oggetto che aveva nel carretto, un secchio, o qualche piatto smaltato, a seconda del valore che egli dava alla merce. Concluso l’affare, l’uomo riprendeva il suo giro.

U WUTTARULƏ – IL TRASPORTATORE DI LIQUAMI
Fino a non molti anni fa, l’acqua corrente in casa era inesistente per la quasi generalità delle famiglie e i servizi igienici erano ridotti davvero all’essenziale.
Era necessario svuotare giornalmente dei recipienti per la raccolta di questi liquami. Ed ecco il perché di un mestiere molto particolare ed ormai scomparso, u wuttarulə, un dipendente comunale che alle primissime luci del giorno cominciava a girare per le strade della città con un carro, sul quale era montata una botte. Egli si fermava agli angoli delle strade ed annunciava il suo arrivo con dei colpi di fischietto. A questo segnale le persone del vicinato prendevano i loro recipienti, il secchio o il vaso e li svuotavano nella botte. Quando era piena, la botte veniva portata fuori dal paese e svuotata in una zona tuttora nota col nome de “i carrittə”, altre volte, dietro accordo con alcuni ortolani, la botte era svuotata nei loro campi.